Il Sogno e il Mappamondo – In onore dei miei antenati, sopravvissuti all’orrore di un impero crudele

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This was published in ” Dodicesima Edizione Premio Letterario Firenze per le Culture di Pace dedicato al Dalai Lama” in 2017.

Traduzione dall’originale bulgaro:  Kristina Baykoucheva
Revisione e adattamento del testo italiano:  AZ Language Services di Alberto Zaccagnini – Firenze
Публикувано в дванадесетото издание на ” Edizione Premio Letterario Firenze per le Culture di Pace dedicato al Dalai Lama” – 2017.

                                                    Cap. I

Il  Sogno

    La lunga fila di donne stremate e bambini vestiti di cenci, scalzi, camminava nel Deserto ed io li seguivo dall’alto, nell’aria come un fantasma, testimone del processo di torture ed annichilazione di una nazione antica che camminava verso la propria rovina. I miei occhi si posavano di faccia in faccia, memorizzando ogni segno caratteristico della loro stirpe.

    Mi mancò il fiato: la mia mente scattava come una macchina fotografica, e il mio cuore rabbrividì. Tutto questo sembrava vero! Aprii gli occhi, non credendo che fosse un sogno. Come era possibile vedere facce che non avevo mai visto e percepire il dolore della loro anima? Mi sentii così strana. Non era facile scordare questo Sogno, ma la quotidianità cominciò; ed era diversa, moderna, piena d’ispirazione e di nuove stravaganze.

    Affrettandomi per le strade della città metropolitana, tra i multicolori edifici vittoriani, i grattaceli di vetro, i bei giardini e il viavai delle strade, arrivai alla grande porta del Museo Britannico.

    Il mio incontro con le amiche era vivace, facevamo a gara a condividere i momenti di gioia della settimana trascorsa. Mentre visitavamo una delle sale del museo commentando i fatti storici, i miei occhi si posarono su di un’antica carta geografica dove, in lettere maiuscole, era scritto “URARTU”. Davvero questo grande regno era la patria degli antichi armeni, davvero traevamo origine dalla tribù Urartu? Non potevo non condividere il fatto con le mie amiche e ciò provocò racconti emozionanti, che avevo già ascoltato dai miei parenti.

    Raccontai loro della mia bisnonna, che, scappando nelle terre di Van con suo marito per salvarsi la vita, dovette passare la notte vicino ad un lago. La donna partorì a notte fonda, e il neonato fu collocato in una buccia di cocomero invece che in una culla.

    Nel buio, la donna bevve l’acqua del lago, e la mattina l’uomo vide con orrore il sangue sulla sua faccia. Invece che acqua, la donna aveva bevuto il sangue degli sgozzati armeni gettati nell’acqua del lago di Van. I tre riuscirono ad attraversare il Mar Nero, e a trovare una casa dove stabilirsi per iniziare una nuova vita in Bulgaria.

    Le mie interlocutrici mi guardavano ad occhi spalancati, come se non capissero che non raccontavo un film dell’orrore, ma una realtà, una tragedia realmente accaduta.

    Condivisi con loro la consapevolezza che fu in conseguenza delle tante crudeltà perpetrate dai turchi ottomani, che gli armeni sopravvissuti abbandonarono la propria terra natale, andando a stabilirsi in luoghi diversi e lontani, dalla Russia, al mondo arabo, agli Stati Uniti, all’ America Latina, all’Europa.

    L’amarezza del mio racconto suscitò curiosità nelle mie amiche, che non sapevano granché dei fatti legati al destino del popolo armeno.

    Tornando a casa, godevo del sole primaverile, che soffriva di alta e bassa marea, ma ero abituata a questi cambiamenti d’umore del sole.

    Avevo fretta di finire di leggere il libro “The Crossing Place: A Journey Among the Armenians“, di Philip Marsden. Nella traduzione in bulgaro mancava un capitolo, come mi aveva confessato lo stesso autore, che conobbi durante la rappresentazione del suo libro “The Barefoot Emperor: An Ethiopian Tragedy“.

    La sua dedica a me, “Ad un’armena di Bulgaria, cittadina di Londra“, era un modesto tributo alla diaspora, per mostrare come siamo sparsi per il mondo intero.

    Marsden è un autore straordinario per il popolo armeno: basandosi su fatti storici reperiti tanto nei libri di libri di storia, quanto in documenti, e in racconti dei sopravvissuti al genocidio, esprime la propria valutazione morale su ciò che subirono gli armeni nell’Impero Ottomano.

    Il titolo del suo libro, “The Crossing Place“, è significativo: ancor oggi mi chiedo se il popolo armeno sia di nuovo a un bivio: se dopo 100 anni la verità sulla sorte degli armeni nell’Impero Ottomano stia per palesarsi come evidente.

    Dovevo fare un viaggio in Italia, e il mio cuore era pieno di gioia ed impazienza. Feci una visita al mio fratello gemello e alla sua famiglia a Firenze.

    I colori, l’atmosfera, mi davano una strana sensazione, e il temperamento italiano si sentiva al mercato, dove la gente parlava con ardore e gesticolava liberamente con le mani per esprimere le proprie emozioni.

    Uno dei venditori ambulanti ci chiese di dove fossimo. “Siamo bulgari — gli rispondemmo —  ma di origine armena“.

    La sua reazione non si fece attendere: “Io so del massacro del popolo armeno, del genocidio!“. Perfino un ambulante del mercato conosceva gli armeni ed il loro destino.

    Visitammo la “Casa Buonarroti” — noto museo fiorentino dove si celebra la grandezza del maestro Michelangelo. La casa era pervasa dall’atmosfera artistica emanata dai suoi dipinti e dalle sue sculture.

    Nel giardino della casa si teneva un concerto: ci immerse nella musica di Verdi, di Puccini, e di Hendel, e i musicisti erano vestiti con costumi e maschere del XV secolo. La mia nipote, Liussi, attese con impazienza il finale, poi si alzò, applaudendo ed esclamando “Bravissimo, bravissimo!”.

    I miei occhi incrociarono gli sguardi di gioia e approvazione di mio fratello.

    Liussi cominciò ad osservare il giardino con curiosità, come se cercasse un posto comodo. La trovai seduta su un divano rivestito di velluto rosso con finiture in foglia d’oro, e non potei fare a meno di ammirare la sua eleganza e raffinatezza, come se facesse parte della famiglia della casa.

    D’improvviso Liussi mi guardò con i suoi grandi occhi marroni e mi invitò a sedermi accanto a lei. Mi prese per mano e, sotto l’influsso della musica classica, cominciò a raccontarmi il suo sogno.

    Liussi parlava lentamente, ma con emozione profonda, e mi raccontò di un uomo alto e snello che, in una città a lei sconosciuta, entrò con tre armeni in una grande, vecchia casa. “L’uomo supplicò la padrona di casa di nascondere i profughi in cantina. Il giorno dopo, due zaptié[1] entrarono e perquisirono la casa.

    La nuora stava zitta e la donna anziana indicò, con un dito, la cantina. I tre armeni furono decapitati davanti alla casa. La piccola bambina cominciò ad urlare e a picchiare la sua nonna sempre più forte.”

    Con un gesto, interruppi Liussi, perché sentivo la sua tensione. Ma lei continuò: “La piccola bambina cominciò a balbettare, a singhiozzare, e perse completamente la capacità di parlare“.

    Questo sogno era strabiliante, ma la verità era più orribile, perché tutto ciò era davvero successo, ed era la storia del mio nonno Ovanès, che viveva nelle terre di Van, dove era famoso per il coraggio con cui difendeva gli armeni.

    Era incredibile: in sogno, Liussi aveva rivissuto quel che era accaduto a suo zio.

    Mio nonno Ovanès era andato da un suo amico curdo che era fuori casa.

    Si era affidato alla moglie e alla nuora dell’amico per nascondere un’armena e due adolescenti, armeni anch’essi.

    E così, come nel sogno di Liussi, queste persone erano state scoperte e decapitate.

    Quando nonno Ovanès seppe quel che era successo, incendiò la casa del Curdo, salvando la nuora e il bambino, mentre la vecchia gridava aiuto nella casa incendiata.

    Mi invasero sentimenti misti di pena, vendetta, rabbia e compassione.

    È possibile che il patriottismo del mio nonno sia la causa del nostro “karma”: come questo sognare, rivivendo gli orrori del passato; o la maledizione lanciata dalla vecchia donna curda bruciata nella casa incendiata.

    È come se il nostro pensiero operasse su frequenze diverse da quelle della norma comune, quando sogniamo. I nostri sogni sono la nostra eredità genetica, che ci ricorda le nostre radici, la nostra identità.

[1] Zaptié: poliziotti ottomani, NdT

Cap. II

Il Mappamondo

    Appena tornammo, da quel concerto così pieno di emozioni, a casa del mio fratello, Liussia mi cercò per poter continuare il nostro discorso.

    Liussia mi chiamò per mostrarmi un regalo che alcuni anni prima le aveva dato il mio fratello maggiore, suo zio. Era un lume da comodino: un mappamondo con cui Liussia si divertiva molto, ad accenderlo e spengerlo, e a seguire i diversi colori dei vari continenti e paesi.

    D’improvviso udii Liussi canticchiare, mentre faceva girare il globo.

    — Questo globo nasconde il segreto del mondo, dentro di lui sta la storia dei secoli, la storia dei popoli — canticchiava Liussi, come recitando.

Sentendo che recitava a memoria, le domandai:

    — Chi ti ha detto questo, dove hai imparato la storia dei popoli, il segreto del mondo?

    — Me ha detto il mio zio Mardik: quando mi ha regalato il globo, mi ha chiesto di tenerlo da conto, e mi ha detto che se voglio imparare la storia e la verità, devo guardarlo, e girarlo, e leggere e osservare i mari, i fiumi, i monti e i laghi, e la bellezza del mondo.

    Il mio cuore tremava dall’emozione sentendo le parole che Liussi aveva imparato a memoria da suo zio, mio fratello Mardik, che ormai non era più tra i vivi.

    — Liussi, vuoi che ti legga una fiaba sullo zio Mardik?

    — Sì, sì! rispose Liussi —, e si sedette dietro il banco, posandoci sopra il globo.

    Accesi il globo e, facendolo girare, cominciai: <<Un giorno, il piccolo Mardik, seduto sopra il tavolino — dov’era il suo regalo, un globo–lampada —, lo girò, e contò: — 5,4,3,2,1, stop!

    Il bambino guardava i contorni, e sillabava i nomi dei paesi, dei mari, degli oceani; e continuava a far girare il globo contando fino allo STOP successivo.

    Sceglieva un paese, quello dove il dito veniva a trovarsi quando il globo si fermava, e cominciava a studiarne le città, i fiumi…

    All’improvviso, la porta si aprì ed entrò la nonna Mari, facendolo sobbalzare dallo spavento.

    — Mardik, perche stai al buio soltanto con questo lume?

    — Nonna, nonna, sulla tua faccia c’è la Turchia…

    — Oooh, vedo lo stretto del Bosforo, non ti muovere! La luce proietta questa parte del globo sul tuo bel viso, nonnina.

    La nonna Mari rimase muta, si portò le mani al viso, e con le sue dita sottili si toccava il naso, la fronte. Tristezza e sorpresa, esprimeva il suo volto.

    — Mardik, ti racconto del Bosforo, il posto dove sono nata.

    — Va bene, racconta: per l’appunto, devo scrivere un tema sul Genocidio Armeno, ma ne so così poco…

    — Accendiamo la luce… prendi il quaderno e scrivi. Voglio che tu racconti a tutti del bellissimo Bosforo, del duro destino dei tuoi antenati, e che tu lotti perché mai più si ripeta, quel che è avvenuto nel nostro passato.

    Mardik aveva compiuto dieci anni e sapeva coinvolgere i suoi amici raccontando diverse storie. I suoi occhi guardavano timidamente, come se si aspettasse che qualcosa di pesante lo colpisse in testa. Come per istinto codificato, attendeva il peso del passato.

    — Nonna Mari, sono pronto, vieni, siediti accanto a me, e raccontami.

    — Ero piccola, e ricordo il viso della domestica, la dolce Zoia, quando si precipitò in sala di pranzo gridando: “Hanam Elbis, prenda i bambini, ho preparato la sua valigia, partite subito, camminate senza guardare nessuno, per i vicoli nascosti: la nave parte tra due ore!”

    La mia mamma, Elbis, si avvicinò a Zoia, l’abbracciò, e le due donne piangevano. Sentii la mano di mia madre, e dall’altra parte la mano della mia sorella Arusiak, che mi tiravano per farmi scendere velocemente le scale.

    Sentii Arusiak piagnucolare, chiedendo dove fosse il babbo. La mamma non le rispondeva.

    — Nonna, ma tu, cosa a cosa pensavi, perché vi affrettavate, dove andavate? chiese Mardik, seguendo attentamente il racconto della nonna.

    — Non sospettavo nulla: avevo cinque anni e Arusiak ne aveva undici. Correvamo per le buie strade selciate di Bescitkasc[1], la perla di Costantinopoli. Sentimmo delle urla da una delle case, si parlava in turco, le donne gridavano si sentiva sempre gridare a quel tempo , la tua mamma mi abbracciò e mi disse di stare zitta e di chiudere gli occhi.

    Arusiak aveva preso la mamma per la mano, correvano insieme.

    Ormai senza fiato, tutt’e due si fermarono dietro un albero per riposarsi.

    Ci rimettemmo in cammino ed arrivammo alla nave.

    Mi dovevo essere addormentata nelle braccia della mamma, perché quando mi svegliai, cercavo di mantenermi in equilibrio, ma era difficile: noi dondolavamo, e la nave navigava.

    La mamma mi diede pane e formaggio — avevo tanta fame.

    Arusiak mi baciò, e con gioia mi disse che andavamo in un nuovo paese, e che il babbo ci aspettava lì.

    Passarono gli anni, ero cresciuta ormai, e conoscevo la terribile verità, la crudeltà di chi rubò la gioia, l’orgoglio e il talento della nostra nazione cristiana.

    Per tanti secoli gli armeni erano stati architetti, pittori, compositori, soldati, intellettuali, artigiani… ma tutto ciò si fermò con il massacro di massa.

    Orrendi, feroci governanti organizzarono lunghe deportazioni di armeni dalla Turchia al deserto di Der Zor, in Siria. È difficile raccontarti della crudeltà, delle vittime, del trauma rimasto negli occhi di ogni sopravvissuta armena, testimone di quel che è successo.

    Gli uomini combattevano, ma era impossibile vincere contro quell’armata di migliaia di soldati.

    Più tardi, quando mi stabilii qui, in questa bella città, sul solito Mar Nero, tutti parlavano di quel che stava succedendo in Turchia, e continuamente cercavano di rintracciare parenti, amici…, con la speranza che fossero ancora vivi.

    La mamma piangeva di nascosto, io capivo, ma ero incapace di calmarla.

    Non capivo perché gli occhi della mamma, nonostante che fossimo salvi, fossero così spesso tristi e pensierosi, come se la sua mente si trasferisse altrove; e solo qualche spavento riusciva a riportarla indietro da questo suo “assentarsi”.

    Mardik s’intristì ed abbracciò la sua nonna.

    — Nonna, sono state sconfitte queste cattive, orribili persone? >>

– – –

    Nella classe regnava il silenzio, non si udiva che la voce della professoressa, che leggeva, ed ogni tanto guardava i suoi alunni come se cercasse la risposta nei loro occhi.

    La professoressa fece una pausa, poi terminò con l’ultima frase del racconto:

     — Questo è il racconto della mia nonna, nei cui occhi vedo non soltanto tristezza ma anche la forza dell’universo intero.

    La professoressa chiuse il quaderno, guardò d’intorno e chiese:

    — Indovinate di chi è questo tema?

    — Di Mardik, di Mardik , di Mardik! — gridarono insieme i bambini.

    Mardik leggeva nella biblioteca Etchmiadzin, ed era come se udisse le voci dei suoi compagni, nonostante che fossero passati quindici anni.

    S’interessava di antropologia, il ciclo della natura lo attraeva, come anche le scienze matematiche, ma, codificata in lui, la percezione armena del tragico passato dei suoi antenati gridava nella coscienza del giovane uomo con la voce della nonna Mari.

    Rimise a posto le opere dei fratelli Alexinian — i noti fisici —, si alzò, e cominciò a cercare qualcosa negli scaffali pieni di libri di storia. File di scaffali si susseguivano con scritte come: “L’Impero Ottomano”, “Il Genocidio Armeno”, “Resoconti Fotografici”.

    Tirò fuori uno dei tanti libri, e ne sfogliò le pagine: ed era come se le foto in bianco e nero lo colpissero in viso. Immagini terribili di gente affamata, di scheletri di donne e bambini, di morti…

    Si allontanò con un libro in mano, e vide un grande mappamondo. Come negli anni dell’infanzia, lo fece girare, e i ricordi si riaffacciarono, avvicendandosi nella sua mente. I suoi occhi si spostavano di continente in continente, di paese di paese… però i fiumi, i fiumi erano ancora rossi…

    — Girate per il mondo, giovane? — lo scosse, piacevole, una voce femminile.

    Mardik si vide davanti una donna di mezza età, dal viso allungato e dal raffinato portamento. Con le sue conoscenze di antropologia, subito la riconobbe come indoeuropea.

– – –

    — Benvenuti a New York; le temperature sono primaverili, Vi auguriamo una buona permanenza. Vi ringraziamo di aver volato con Air Armenia.

    Mardik aprì la cappelliera, prese la piccola valigia, sorrise alla hostess e guardò dall’alto dell’aeroplano. Una brezza soave l’accarezzò in volto, la brezza della speranza che presto avrebbe camminato sul tappeto rosso del Tribeca Film Festival.

    Le persone andavano e venivano, passavano belle donne con vestiti lunghi decorati con pietre luccicanti, uomini in frac, giornalisti, fotografi… si respirava un’atmosfera di festa.

    Mardik senti l’annuncio della proiezione di “Intent to Destroy” e vide la faccia sorridente di Joe Berlinger. Camminava sul tappeto rosso, abbagliato dai proiettori; camminò con modestia per la sua strada fino alla porta, dietro la quale lo aspettava il documentario sul Genocidio armeno.

    Le luci si spensero, suonava dolce una canzone armena, e sullo schermo apparve una foto in bianco e nero con un furgone pieno fino al tetto di bambini e donne in stracci.

    Le inquadrature cambiavano, anziani raccontavano… a un tratto Mardik ricordò la sua nonna Mari. Le voci dei protagonisti del film s’intrecciavano con la voce di nonna Mari.

    Il film terminò, le luci si accesero, nessuno si muoveva dal suo posto. Silenzio.

    Poi, pian piano, la gente cominciò ad alzarsi in piedi e ad applaudire. Mardik si girò, e vide accanto a sé una donna anziana con le lacrime agli occhi.

    Il suo cellulare suonò, una voce dolce lo cercò: una parente. S’incontrarono in uno dei quartieri più belli e ordinati di New York.

    Due belle donne lo abbracciarono e lo portarono in una splendida casa. Erano gemelle, d’un’incredibile bellezza.

    — Mardik, sei l’unico parente che conosciamo dalla parte di nonna Mari, la tua nonna.

    Le due donne facevano a gara a parlare, ed era difficile seguire il filo del discorso, mentre passavano dall’inglese, all’armeno e di nuovo all’inglese.

    Mardik raccontò la sua storia, e mostrò loro una foto di famiglia con l’amata nonna Mari. Le ragazze guardarono e all’unisono esclamarono:

    — Incredibile! Lei è la nostra nonna spiccicata: eh, certo: sono cugine…!

    Anche loro tirarono fuori una delle proprie tantissime fotografie. Da una delle foto, lo guardava una donna più giovane della sua nonna. Mardik guardò le sue bellissime cugine e disse:

    — Anche nei suoi occhi vedo la tristezza delle armene e l’amore e la forza del cosmo.

    Oggi, per la prima volta, ho sentito in cuore la speranza, mentre camminavo sul tappeto rosso e guardavo il film di Joe Berlinger.

    Camminavo sul tappeto della verità, del riconoscimento, della consolazione.

    So già che tutti noi saremo liberi, un giorno, di condividere la nostra tragedia coi nipoti dei nostri assassini: che loro piangeranno, e che i loro cuori batteranno per l’ingiustizia perpetrata dai loro antenati.

    Chiederanno perdono a noi, i giovani armeni, riconosceranno quel che è successo e lo condanneranno.

    Vorrei essere un falco, e volare, e girare, donando pace e amore.

    Le due donne lo guardavano sorprese, ed alla finestra si sentì un picchettìo: si girarono e videro un falco appollaiato sul davanzale.

— FINE —

[1] In turco: Beşiktaş, NdT

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